Piano
L'aneddoto
e l'autenticità
L'aneddotico
e «l'effetto della gravità»
La produzione
del discorso
Conclusione
Riassunto
Gli immaginari turistici non si
lavorano solamente nell'universo del monumentale e dell'imprescindibile
delle «cose da vedere». Prendono corpo anche nella somma
degli oggetti infimi delle nostre culture. La ricorrente presenza di
aneddoti nei dispositivi della mediazione turistica lo dimostra. Questi
si caratterizzano per la loro insignificanza socioculturale, eppure,
partecipano pienamente alla costruzione di un regime fondamentale di
autenticità. Come comprendere questa doppia condizione? Quali
sono le problematiche del fondare la «verità» delle
culture mediante l'infimo del dettaglio aneddotico?
Parole chiave
Aneddoto – mediazione turistica – trasmissione del discorso
– autorevolezza sociale
Testo
integrale
«A parte i suoi cortei
selvaggi, luoghi di eiaculazione morale, la Spagna della Guide Bleu,
come faceva notare Roland Barthes, non conosce che uno spazio, una fitta
trama, attraverso qualche vuoto considerevole, di un susseguirsi di
chiese, di sacrestie, di retabli, di croci scolpite, (la Famiglia e
il Lavoro), di ritratti romani, di navate e di crocefissi di grandezza
naturale (1957, p. 123). Il semiologo metteva allora in rilievo il fatto
che la cultura, rappresentata attraverso il dispositivo della mediazione,
sembrava definirsi come una somma di oggetti monumentali, o ancora come
«un corpus di opere», per riprendere l'espressione di Jean
Claude Passeron (1991). Dieci anni più tardi, Jules Gritti, studiava
in modo recidivo una guida della stessa collana per analizzare a fondo
la logica imperativa del «dover vedere» (1967), avendo come
corollario ciò che si potrebbe chiamare un «dover sapere».
Ancora una volta, l'autore sottolineava che la cultura turistica, quale
si manifesta attraverso il dispositivo della mediazione, si organizza
in particolar modo attorno ai suoi imprescindibili.
La cultura turistica, nonostante tutto, non si costruisce solo ed esclusivamente
attorno a questi oggetti che «meritano la sosta» oppure
a quelli che bisogna «assolutamente vedere». Si gioca anche
su una somma di oggetti infimi che si contraddistinguono per la loro
insignificanza socioculturale. Il turismo prende allora un volto singolare,
quello della mediazione e della pratica di questi piccoli oggetti che
non sembrano godere della stessa aura delle opere monumentali, e che
valgono precisamente per quello che sono. Questo è almeno ciò
che l'articolo auspica di mettere in luce a partire da un tipo peculiare
di oggetto infimo: l'aneddoto.
Quest'ultimo è ricorrentemente presente in una miriade di dispositivi
della mediazione turistica. Scritto nei testi delle guide stampate,
evocato succintamente dalle guide turistiche, o dissimulato nei cartelli
espositivi, esso sembra passare inosservato mentre in realtà
occupa una parte importante della mediazione, e riesce a plasmare enormemente
gli immaginari turistici. A partire dal modo in cui questo peculiare
oggetto del discorso si manifesta in uno di questi tipi di mediazioni
turistiche, ovvero nelle guide stampate, questo articolo si propone
di elaborare alcune piste di comprensione e di interpretazione legate
a questi piccoli oggetti culturali che definiscono, di gran lunga, il
regime dell'infimo turistico. Lo sguardo che rivolgiamo all'aneddoto
è soprattutto semiologico e comunicativo nel senso che si cerca
di mettere in rilievo il gioco dei valori e delle rappresentazioni –
l'immaginario – che accompagna la mediazione degli oggetti dell'infimo
attraverso l'analisi delle loro manifestazioni scritturali.
Gli aneddoti qui studiati sono stati prelevati da un corpus di guide
di viaggio selezionate per la loro diversità editoriale1.
Sono stati presi in considerazione secondo il criterio della loro struttura:
ci interesseremo quindi in modo particolare all'aneddoto preso nella
sua forma linguistica e non iconica, come l'ha fatto, per esempio, Christian
Moncelet nel suo studio sull'aneddoto fotografico (1990). Cominceremo,
in un primo momento, a presentare ciò che gli aneddoti dei dispositivi
di mediazione possiedono di specifico rispetto agli aneddoti turistici
in generale. Ci soffermeremo in particolare sul rapporto con l'autenticità
che essi cercano di istituire. In un secondo tempo, ragioneremo sul
modo in cui questi oggetti discorsivi vengono qualificati, dai dispositivi
stessi, come degli oggetti insignificanti o inessenziali dal punto di
vista socioculturale. Per ultimo, cercheremo di comprendere con esattezza
questa ambiguità apparente dell'aneddoto, preso contemporaneamente
dal gioco dell'autentico e da quello dell'inessenziale. Cercheremo in
questo modo di identificare quali siano le problematiche di questa ricostruzione
della «verità» delle culture attraverso l'insignificanza
dei dettagli aneddotici.
L'aneddoto
e l'autenticità
L'aneddoto è una forma discorsiva di carattere narrativo che
si contraddistingue, il più delle volte, per la sua brevità
(Huglo, 1997). Una delle sue specificità, quando circola nel
mondo del turismo, è che appare come un oggetto desiderato. Croccante
o piccante, si intrufola nelle orecchie di coloro che partono o danza
sotto i loro occhi; è saporito, bramato e, difatti, molto spesso
portato a casa come un ricordo. Il caso è che rappresenta contemporaneamente
un modo di fare viaggio per i turisti che raccontano sé stessi
tramite gli aneddoti e un modo di fare cultura per gli attori della
mediazione turistica. Così, quando si parla di un aneddoto turistico,
è conveniente distinguere, da una parte, l'aneddoto desiderato
dai turisti (sotto forma di un ricordo di viaggio) e, dall'altra, l'aneddoto
desiderato dai dispositivi turistici (che prende forma all'interno dell'esercizio
della mediazione). Nelle righe che seguono, ci proporremo di precisare
questa distinzione al fine di dimostrare che questo desiderio di aneddoto,
quando prende forma attraverso la mediazione, mette in discussione la
«profondità» dello sguardo turistico (Urbain, 2002
[1991]) che permetterebbe di accedere «all'autenticità»
delle culture visitate (MacCannell, 1999 [1976]).
L'aneddoto ricordo e l'aneddoto
mediazionale
Se diciamo che l'aneddoto è desiderato dal mondo del turismo
in genere, è perché troviamo, in una grande varietà
di dispositivi turistici, dei richiami alla narrazione di aneddoti.
I blog ne sono pieni, come lo dimostra quello di una viaggiatrice, Miss
Potin, la quale non esita, ovviamente dopo essersi dedicata lei stessa
a farlo, a chiedere ai suoi lettori di condividere i loro racconti aneddotici2,
oppure il blog Un jour, un voyage, che incita i suoi lettori a scrivere
dei «biglietti» nei post per raccontare i loro aneddoti
di viaggio, siano essi immaginari, coinvolgenti, divertenti, poetici,
infantili o lirici3.
Ma i blog non sono i soli ad avere la prerogativa del desiderio di aneddoti.
Le case editrici sembrano, anch'esse, essere sensibili a questo genere
di forma narrativa. Infatti, Publibook propone agli eventuali scrittori-viaggiatori
dilettanti di prendere la penna per raccontare i loro viaggi mettendo
l'accento soprattutto sugli eventuali aneddoti che essi intendano condividere:
«Siete appena tornati dal viaggio, la testa ancora piena d'immagini
e il libro di bordo ricolmo di appunti, di impressioni, di aneddoti,
di testimonianze. Nutrite il desiderio di prolungare il sogno, di fissarlo
nero su bianco? […] Publibook si offre di prendersi cura del vostro
manoscritto» (Auzias & Labourdette, 2007, p. 316).
Che sia tramite i blog o tramite la casa editrice menzionati prima,
ciò che è desiderato e ciò che verrà raccontato,
costituisce quello che possiamo definire gli «aneddoti ricordo»
o «aneddoti testimoniali», ovvero dei racconti scritti in
prima persona singolare – o plurale – che narrano uno o
più episodi di un viaggio personale. In altri termini, l'aneddoto
rinvia in questo contesto alla sfera del ricordo e possiede alcune regole
della scrittura autobiografica. Nel condividere le loro esperienze di
viaggio, i viaggiatori sono invitati a prendere la parola per (rap-)presentarsi
agli occhi di un eventuale lettore: essi si raccontano nel raccontare
le loro peripezie.
Questi aneddoti testimoniali non sono i soli, comunque, ad essere desiderati
dal mondo del turismo. Ne esistono di un secondo genere. Ciò
che li caratterizza, è che prendono corpo nel cuore stesso dell'esercizio
della mediazione turistica. In altri termini, non dicono nulla di un
viaggio già effettuato, ma anticipano il viaggio, invitano alla
partenza o arricchiscono l'esperienza in corso. Così, in Le Guide
du Routard della Scozia, possiamo leggere a proposito della visita,
a Edimburgo, dello yacht reale Britannia: «Una volta imbarcati,
da vedere: gli appartamenti reali, ma anche la sala macchine, i quartieri
dell'equipaggio, la camera dell'Ammiraglio (dal momento che il capitano
veniva sempre scelto fra gli ammiragli della Royal Navy)… il tutto
abbellito da commenti e aneddoti storici! Dai, uno piccolo per il piacere:
la regina non si spostava mai senza le sue cinque tonnellate di bagagli!
(Gloaguen, 2008, p. 127). O ancora, in Le Petit Futé di New York,
a proposito del Lower East Side Tenement Museum, viene precisato che
«la visita guidata […] è punteggiata dagli aneddoti
e dal racconto accattivante di questi immigrati» (Auzias &
Labourdette, 2005 p. 274). In definitiva, un esperto della mediazione
turistica (Le Guide du Routard oppure Le Petit Futé) valorizza
in questo contesto il fatto che un attore turistico (il mediatore del
yatch royal o il Lower East Side Tenement Museum) abbia scelto di includere
numerosi aneddoti alla mediazione che lui stesso propone.
Questo tipo di aneddoti chiaramente non appartiene al mondo del ricordo
personale, bensì a quello dei processi di mediazione. A partire
da ora , lo distingueremo dall'aneddoto testimoniale qualificandolo
come mediazionale o storico. Si contraddistingue dal fatto che sembri
potere apportare un plus valore alla mediazione turistica nel senso
che sarebbe in possesso di un certo valore turistico e/o più
generalmente culturale. Appare così come una sorta di garanzia
di buona qualità della mediazione. Questo ci spiega perché
tanto Le Guide du Routard che Le Petit Futé lo mettano in rilievo
quando partecipi all'esercizio di mediazione di un'attrazione o di un
luogo turistico.
Questo dimostra inoltre che alle guide stesse piace far sapere che ricorrono
abbondantemente agli aneddoti, come lo illustra la guida de La Bibliothèque
du voyageur che, presentando il suo percorso del «gran tour degli
Stati Uniti», precisa: «La guida descrive la storia di ciascuna
regione visitata, fornisce delle indicazioni per potervisi recare, dà
spazio agli aneddoti comici, dipinge un ritratto degli abitanti, sottolinea
le curiosità al riparo dei sentieri battuti e, nel momento in
cui sia necessario, non esita a denunciare la volgarità di certe
attrazioni turistiche.» (Collectif, 2001, p. 13). Sembra quindi
che l'aneddoto crei valore e diventi un autentico argomento di vendita
nel senso che apporterebbe un'informazione specifica e diversa da quelle
fornite dalla storia, dai ritratti o dalle informazioni pratiche.
In definitiva, possiamo distinguere due tipi di aneddoti: quelli che
adottano lo stile della testimonianza e quelli che hanno luogo nell'esercizio
della mediazione. I primi sono stati oggetto di numerose ricerche, condotte
per esempio da Marie-Christine Gomez-Géraud e Philippe Antoine
(2001), da Alain Montandon (1990) o ancora da Dominique Jullien (1993)
mentre invece i secondi non hanno saputo fare altrettanto per attirare
l'attenzione. Nelle righe che seguono, renderemo loro infine giustizia,
cercando di capire più precisamente che tipo di informazioni
e di valori gli aneddoti storici o mediazionali portino con sé.
L'aneddoto storico e l'autenticità
È da notare in primo luogo che ogni aneddoto sembri ricollegarsi
a tutti gli aneddoti primordiali dei quali la storia abbia conservato
traccia. È a Procopio di Cesarea, biografo e storico dell'imperatore
Giustiniano, al quale dobbiamo la formazione di questo termine nel VI
secolo d. C. Proviene dal greco ekdotos, aggettivo verbale che deriva
da ekdidomai, «produrre all'esterno, pubblicare» (Rey, 1992,
p. 74) a cui è stato aggiunto una a- privativa seguita da una
n di congiunzione. In sostanza, anekdote significa, in primo luogo,
ciò che non è stato pubblicato; ovvero «inedito».
Questo termine, è stato utilizzato da Procopio di Cesarea per
designare un testo che lui non era intenzionato a pubblicare se non
dopo la morte dell'Imperatore e di sua moglie, Teodora. Nel testo in
questione, raccontava delle storie di relazioni, di gelosia, di liti
e di complotti che implicavano la coppia imperiale. «Non sarebbe
possibile, così scrive, poter pubblicare (questi racconti) durante
la vita degli autori dei fatti. Non potrei sottrarmi allo spionaggio
che si farebbe a grande scala attorno a me; e nel caso in cui fossi
scoperto, non potrei sottrarmi alla morte più atroce. Non sarebbe
nemmeno possibile far affidamento alla discrezione dei parenti più
stretti. » (Procopio, 1856, p. 3-5).
Gli aneddoti sono quindi, fin dalle loro origini, dei racconti che evocano
un universo di storie segrete e sotterranee che si opporrebbe, il più
delle volte, a quello della grande Storia. È anche quanto ci
conferma uno degli eredi di Procopio di Cesarea, Antoine Varillas quando
scrive: «Lo storico considera quasi sempre gli uomini in pubblico;
mentre invece lo scrittore di aneddoti li esamina solo nel privato.
Gli uni credono di compiere il proprio dovere, nel momento in cui li
dipingono come erano nell'esercito, o nei tumulti delle città;
e gli altri cercano a tutti i costi di farsi aprire la porta del loro
Studio. Gli uni li vedono in cerimonia, e gli altri in conversazione;
gli uni si attaccano principalmente alle loro azioni, e gli altri vogliono
essere testimoni della loro vita interiore, e assistere alle ore più
private dei loro svaghi. In poche parole, gli uni hanno per oggetto
solo il comando e l'autorità, e gli altri costruiscono la propria
fortuna attraverso quello che succede in segreto e in solitudine. (Varillas,
1689 [1685], p. 4).
Gli aneddoti portano, dunque, con sé, una sorta di potenzialità:
se i fatti di cui riferiscono sono restati nascosti fino ad ora, è
probabile che non siano conformi alle norme; hanno dunque un carattere
di estraneità, di mistero e/o di segreto e che, in questo senso,
meritano il nostro interesse (Hadjadj, 1990, p. 10). In modo generale,
gli aneddoti hanno un certo gusto culturale proprio perché si
oppongono al sapere istituzionale. Difatti, quando vengono mobilitati
dal dispositivo della mediazione, possiamo dire che procedono e partecipano
al regime dell'autenticità turistica (MacCannell, 1999 [1978]),
non solo nel senso in cui accertano degli avvenimenti, ma nel senso
in cui , aprendo le porte a un «turismo della profondità»
(Urbain, 2002 [1991]), lasciano intravedere una sorta di strato più
intimo delle culture: quello che concerne la vita privata dei personaggi
e dei luoghi, la loro verità in quanto uomini o in quanto spazi,
che si sottrae al regime pubblico ed ufficializzato del sapere istituzionalizzato.
Come i racconti e le leggende che analizza Michel de Certeau, gli aneddoti
non apparterrebbero quindi all'universo delle «categorie sociali
che, loro sì, "fanno la storia"» e la dominano
(1990 [1980], 43) Essi circolano, in modo informale, e tanto la loro
traiettoria culturale che i fatti che raccontano appartengono ai discorsi
ed agli immaginari dei popoli, e non a quelli delle loro istituzioni,
ovvero «dietro le quinte», secondo il termine di Erving
Goffman (1973 [1956]), nella loro storicità e/o contemporaneità.
Questo universo di rappresentazioni associate all'aneddoto spiega indubbiamente
come mai, nelle guide dette «culturali» – come la
Guide Bleu che riposa su una logica mediazionale magistrale e istituzionale
–, i fatti aneddotici, anche se numerosi, non vengono identificati
come tali, mentre invece nelle guide dette «pratiche» –
come Routard che cerca di creare una «simpatica» complicità
libertaria –, la tendenza consiste, al contrario, a introdurre
l'enunciato aneddotico designandolo in quanto tale.
L'aneddotico e «l'effetto della gravità»
aLa seconda caratteristica degli aneddoti mediazionali si trova in rapporto
con quello che possiamo definire «l'effetto della gravità».
Allo scopo di spiegare ciò che si nasconde dietro questa espressione,
conviene innanzitutto distinguere l'aneddoto dall'aneddotica, ovvero
dissociare il racconto dai valori che circolano con esso. Per fare questo,
ritorniamo a una ricerca specifica, quella di Ruth Amossy sullo stereotipo,
che si prende cura di differenziare da una parte una forma discorsiva
e dall'altra le rappresentazioni a cui vanno associate. A partire da
questo lavoro, giustificheremo la pertinenza della suddetta distinzione
fra aneddoto e aneddotico. In un secondo tempo, preciseremo questa seconda
nozione mettendo in rilievo i valori che la caratterizzano. Infine,
proporremo una definizione specifica dell'aneddotico come strategia
editoriale e discorsiva dell'elusione del grave.
L'aneddoto e l'aneddotico
Nella sua opera Les Idées reçues. Sémiologie du
stéréotype (1991), Ruth Amossy spiega che bisogna separare
lo stereotipo dalla coscienza della stereotipia. Dunque, lo stereotipo
o luogo comune esiste da molto tempo. Tuttavia, nell'Antichità,
era valorizzato, sotto forma di topos, per la sua efficacia retorica
mentre invece al giorno d'oggi, gli vengono riconosciuti solamente degli
effetti di eccessiva semplificazione: «Lo stereotipo [come oggetto
investito da valori negativi] non è un concetto teorico assoluto
ed eterno, ma una nozione proveniente dall'epoca moderna e fatta su
misura per servirla. La coscienza dello stereotipo è l'ultima
difesa posseduta da una società volta al livellamento verso il
basso e all'automazione. Cerca di segnalare il pericolo per impedirgli
di propagarsi indebitamente […]. In questo caso, possiamo dire
che lo stereotipo sia diventato ai nostri giorni una delle grandi ossessioni
dei tempi moderni» (1991:11).
Insomma, la nozione di stereotipo è una nozione sociostorica,
vale a dire «culturale». Si è forgiata nel corso
del tempo e così come la conosciamo oggi, peggiorativa e nefasta,
contraddistingue (solamente) la nostra modernità e lo sguardo
che quest'ultima porta sugli schemi pre-costituiti e riproducibili.
Lo stereotipo non contiene quindi dentro sé qualcosa di morale.
E se, al giorno d'oggi, lo condanniamo, questo giudizio non è
altro che culturale. È questa la coscienza della stereotipia:
l'insieme dei valori socioculturali che vertono sulla pratica della
produzione degli stereotipi. Bisogna riconoscere all'aneddoto questo
stesso investimento di valori socioculturali distinguendo, da un lato,
la forma discorsiva e, dall'altro, la coscienza o le rappresentazioni
a cui vanno associate; distinguere quindi l'aneddoto dall'aneddotica.
L'aneddoto come valore
socioculturale
Per quanto concerne l'aneddotica, è opportuno, per poterla meglio
identificare proprio come si manifesta nei dispositivi della mediazione
turistica, fare una breve sosta. Se prendiamo il caso delle guide di
viaggio in particolare, possiamo osservare che si presentano come dei
testi complessi. Impiegano un'infinità di forme di scrittura
(uso del grassetto, del corsivo, cambi tipografici, ma anche di immagini,
disegni, schemi, mappe, cartine, sommari, indici, ecc.). Ciascuna di
queste strutture occupa un posto singolare e definisce una funzione
specifica del testo. Così, il corsivo sta spesso a significare
le informazioni pratiche; il grassetto rinvia regolarmente a delle logiche
di manipolazione dell'opera nel senso che un termine in grassetto nel
corpo del testo sarà, nella maggior parte dei casi, presente
anche nell'indice del volume; i titoli ed i sottotitoli permettono,
quanto a loro, di gerarchizzare l'informazione e di renderla leggibile
e/o visibile. Questi tipi di scrittura semiotizzano il modo in cui il
turista, nella sua funzione di lettore, possa apprendere dal testo,
dal punto di vista cognitivo o manuale. Essi mostrano, in altri termini,
il modo in cui la guida debba essere letta e il modo in cui il lettore/viaggiatore
debba interpretare le informazioni che gli vengano affidate.
Per quel che concerne gli aneddoti, possiamo notare alcune costanti
nella maniera in cui le guide li semiotizzano. Prendiamo l'esempio di
Grace Church, presentata nella Guide Vert di New York e a proposito
della quale apprendiamo: «Fondata in origine dalla parrocchia
della Trinità nel 1808, questa chiesa episcopale fu costruita
nel 1846 da James Renwick, il quale concepì successivamente i
progetti della cattedrale di Saint Patrick. Rimarchevole per l'acutezza
del profilo delle guglie, Grace Church è un buon esempio di stile
neogotico. Nel 1863, P.T. Barnum riuscì a convincere il rettore
a celebrarvi il matrimonio di due nani del suo circo: Charles S. Stratton,
conosciuto anche come Tom Pollice, e Larvina Warren.» (Brabis,
2005, p. 183). Quello che stupisce alla lettura del brano (ma che si
indovina solo difficilmente attraverso questa trascrizione), è
innanzitutto il fatto che l'aneddoto del matrimonio dei foranei di piccola
taglia venga qui semiotizzato come un'informazione appartenente al corpo
del testo. Detto altrimenti, che non venga messo in rilievo da un titolo
o da un sottotitolo, ma che si manifesti invece secondo la logica del
testo diciamo «normale». Non forma oggetto peraltro di un
intero paragrafo a parte. Viene, al contrario, inserito in un'unità
di testo che lo incorpora.
Questo trattamento editoriale dell'aneddoto è quasi sistematico
in tutte le guide di viaggio. L'aneddoto, in generale, si riassume alla
formulazione di una semplice asserzione che viene a sommarsi ad un corpo
di testo senza un formato degno di nota. Nel migliore dei casi, viene
annunciato e identificato come tale per mezzo di formule consacrate
(«per l'aneddoto» o «secondo l'aneddoto»), e
nel peggiore, viene semplicemente aggiunto o assimilato all'informazione
principale. In entrambi i casi comunque, appare per quel che ha di più
«infra-ordinario», per riprendere il termine di Georges
Perec concettualizzato da Emmanuël Souchier (1998), ossia l'insieme
di ciò che si manifesta nel testo, ma che non si vede. L'infra-ordinario
caratterizza specialmente ciò che Emmanuël Souchier chiama
«l'enunciazione editoriale», vale a dire il modo in cui
parla il testo considerato nella sua materialità – ovvero
il modo in cui parla «l'immagine del testo» – allo
stesso tempo del testo considerato dal punto di vista linguistico.
Questa maniera di editorializzare l'aneddoto rinvia a quello che chiameremo
il carattere propriamente «inessenziale» dell'informazione
trasmessa. Questo termine definisce un valore socioculturale e non,
ben evidentemente, un valore semiologico. Diremo dunque che l'inessenziale
si caratterizza come un insieme di oggetti del discorso il cui status
possa sembrare ambiguo: sono secondari, ma pur sempre presenti; non
sono, comunque fondamentali, altrimenti attribuiremmo loro una forma
grafica che ci permetterebbe di contraddistinguerli al primo sguardo.
Quindi non sono fondamentalmente utili poiché non vengono messi
in rilievo, ma non sono nemmeno completamente inutili dal momento che
sono comunque presenti, ed in modo alquanto ricorrente.
L'aneddotica come strategia
dell'elusione del grave
L'aneddoto appare allora come un oggetto culturalmente inessenziale
nell'ambito dell'esercizio della mediazione turistica. Questa posizione
socioculturale dell'oggetto chiarifica la questione precedente sull'aneddotica.
Quest'ultima, così circoscritta, contraddistingue non solo gli
aneddoti, ma anche altri oggetti del discorso come le leggende oppure
le voci. In genere, possiede la proprietà di poter alleggerire
il referente di un discorso del suo «effetto della gravità»
nel senso che non si interessa affatto al «grave», ma a
qualcosa che si trova nelle sue vicinanze.
Prendiamo, un esempio tratto dalla guida Routard della Scozia in cui
si trova scritto: «Piccolo aneddoto: è proprio a Perth
che, nel 1539, John Knox, il celebre riformista, pronuncia il primo
dei suoi discorsi incendiari antipapisti». (Gloaguen, 2008, p.
237). Ricordiamo che John Knox (1514-1572) è considerato come
il fondatore o il riformatore della Chiesa scozzese. Ora, in questo
brano, non ci si interessa molto all'uomo in questione. Ciò che
costituisce il nocciolo dell'informazione, è il luogo in cui
avrebbe fatto la sua prima dichiarazione apertamente antipapista. In
altri termini, il centro di gravità dell'informazione si sposta
facendone oscillare l'interesse dal personaggio storico ed emblematico
al luogo presumibilmente investito dallo spazio del suo discorso. Si
produce quindi un'informazione che bada affatto alla pesantezza della
gravità storica, ma riposa bensì su qualcosa che si mantiene,
al margine, proprio lì accanto.
Con l'aneddotica, entriamo nel dominio del piacere del dettaglio superfluo
ma intrigante, dello zuccherino informativo che si oppone allo spessore
storico ed istituzionale come lo dimostra, fra l'altro, il brano menzionato
prima tratto da Routard che, trattandosi dello yacht reale e sottolineando
il fatto che l'escursione proposta dalla guida sia punteggiata di aneddoti,
non esita a offrirne uno ai suoi lettori «per il piacere»
(Gloaguen, 2008, p. 127). Quindi, il regime dell'aneddotica è
quello delle piccole informazioni supplementari veramente inessenziali
che vengono ad aggiungersi all'edificio culturale, come una ciliegina
sulla torta
È precisamente ciò che ci conferma, in negativo, questo
passaggio di una cronaca di Jacques Leduc, cineasta del Quebec. Quest'ultimo,
partito a Ramallah per partecipare alla realizzazione del film di Tahani
Rached Soraida, une femme de Palestine uscito nel 2004, ci presenta
al suo ritorno una cronaca in una rivista di cinema intitolata 24 images
in cui scrive: «I miei ricordi di questo viaggio, del resto molto
recenti, non hanno niente di aneddotico: sono tutti emotivi, di un'emozione
tenace come un mal di denti, e ogni volta che mi invitano a parlarne
provo nuovamente lo stesso disagio. L'aneddoto, la buona storia durante
le riprese da raccontare al ritorno di questo viaggio non ha niente
a che vedere con l'aneddoto, ma tutto con la vita quotidiana. Si riassume
costantemente alle misure arbitrarie che prende l'esercito israeliano
nel paese che occupa, la Palestina» (2005). Se il cineasta si
rifiuta di vedere nel suo viaggio l'aneddotico, è proprio perché
quest'ultimo rinvia a un universo di cose frivole, senza importanza.
Questo ci conferma dunque, che l'aneddotico si gioca in una strategia
tesa ad evitare l'effetto della gravità dell'informazione nel
senso che si attiene precisamente all'inessenziale.
La
produzione del discorso
L'aneddoto offre quindi la possibilità di penetrare l'autenticità
delle culture mostrandone i «retroscena» anche se contemporaneamente
si fa notare come un oggetto del discorso caratterizzato per la sua
insignificanza socioculturale. Non ci sarebbe, dunque, una sorta di
paradosso nel voler fondare la verità sul minuscolo o sul dettaglio?
Come mai il turismo si gioca questa carta? È a queste due domande
a cui apporteremo degli elementi di risposta nelle righe che seguono,
soffermandoci innanzitutto sullo status ambiguo dell'oratore di aneddoti
che deve saper firmare l'enunciato e cancellarne allo stesso tempo la
firma al fine di rendere il racconto appropriabile da parte altrui.
Questa prima tappa ci permetterà di dare rilievo al fatto che
l'aneddoto è un oggetto del discorso volto alla circolazione,
e che i dispositivi della mediazione turistica che lo convocano desiderano
farne oggetto di una trasmissione del discorso. Infine, proporremo un
quadro interpretativo che ci permetterà di comprendere quali
siano le problematiche legate alla trasmissione di un oggetto del discorso
inessenziale nella pratica turistica.
L'aneddoto fra anonimato ed autorevolezza
Marie-Pascale Huglo e Claire de Ribaupierre che hanno entrambe studiato
l'aneddoto in modo generale, vale a dire non interessandosi specialmente
alla sua presenza nei dispositivi della mediazione turistica, hanno
rilevato il fatto che si tratta di un oggetto del discorso che non solo
possiede la proprietà di essere «iterabile» (Huglo,
1997), ma che, inoltre, è sottoposto ad un'intensa circolazione.
Così, l'aneddoto «viene ripreso senza sosta, trasformato,
adattato» (Ribaupierre, 2007, p.7).
Malgrado la sua diffusa circolazione, l'aneddoto riesce sempre a sorprenderci
«Si ripete, ma non stanca mai» Ribaupierre, 2007, p. 7).
Il fatto è che porta con sé un'implicazione tacita: per
poter esistere in quanto tale, deve essere raccontato in modo che possa
colpire il bersaglio. Ovvero, che l'aneddoto ingaggia l'istanza del
discorso e lo mette alla prova di un' arte del dire. Pur essendo anonimo,
deve anche apparire come il lavoro di un autore veritiero. Questa aporia,
Claire de Ribaupierre la solleva e la riassume scrivendo: «Paradossalmente,
l'aneddoto è contemporaneamente molto marcato, personificato
da chi lo racconta, ed anonimo, in qualche sorta collettivo.»
(2007, p. 12).
Il paradosso che solleva Claire de Ribaupierre è di pura facciata.
In effetti, questa oscillazione fra enunciazione personale ed enunciazione
collettiva è la condizione degli oggetti sottomessi alla ripetizione,
quindi alla variazione se vogliamo credere a Marcel Detienne (1981):
sono un bene di tutti, ma ognuno lo fa suo enunciandolo. Detto altrimenti,
possiamo dire che è proprio grazie al fatto che circola che l'aneddoto
è un oggetto culturale che si afferma come il risultato di un
processo contemporaneamente anonimo ed autoriale. È quindi per
il fatto che «cambia di mano, come cambia di bocca» (Ribaupierre,
2007, pag . 11) che l'aneddoto può essere abitato, durante il
tempo della sua enunciazione, da chi lo dice. Nel raccontare l'aneddoto,
ogni autore vi imprime il proprio stile, e appropriandosene, enuncia
il proprio modo di comprendere il mondo e di prendervi parte. «L'aneddoto
permette di dare un senso, di appropriarsi del mondo, di farlo proprio
e di non esserne quindi espropriato: è un atto di individuazione.»
(Ribaupierre, 2007, p. 35).
Ha dunque questo di specifico: che appare al mondo come un essere culturale
di circolazione (Jeanneret, 2008) che appartiene a tutti ed è
quindi appropriabile da parte di ognuno. Raccontare l'aneddoto, equivale
a mettere in circolazione un essere che postula il suo silenzio e il
suo segreto, la sua marginalità e la sua singolarità e
che a ogni enunciazione esso fonda, nuovamente, un modo di stare al
mondo che lo rimette in circolazione. La scommessa delle ultime righe
sarà quella di dimostrare che lo stesso discorso vale per l'aneddoto
turistico, in modo particolare quello mediazionale o storico: la sua
destinazione turistica e culturale sarà quindi quella di circolare
assicurando a chiunque lo porti con sé un' autorevolezza sociale.
L'aneddoto e la trasmissione dei discorsi turistici
Quando ci interpelliamo su cosa succeda dopo il viaggio, ci si concentra
spesso sulla questione del racconto. Rachid Amirou dimostra infatti
che la terza fase del viaggio (quella del ritorno, che succede a quella
della partenza e a quella del soggiorno) riposa su una socializzazione
specifica che si gioca in particolare nella narrazione del viaggio (1995).
Anche Jean-Didier Urbain condivide questa concezione del viaggio che
dura dopo che il turista abbia abbandonato il suolo straniero per ritrovare
il suo ambiente socioculturale di appartenenza e la cui forma sia quella
del racconto (Urbain, 2008).
Più esattamente, ciò che Jean-Didier Urbain difende, è
l'idea che il racconto non venga tanto ad aggiungersi al viaggio solamente
una volta che il turista sia rientrato a casa sua, quanto che vi partecipi
fin dall'inizio. Infatti, secondo lui, «credere che la finzione
o, nel significato più ampio del termine, il racconto, siano
degli artifici puramente letterari aggiunti alla realtà del viaggio,
una fioritura narrativa a posteriori, un'invenzione da poeta, da romanziere
o da retore, è un'illusione» (2003)[1998], p. 288). Il
racconto accompagna il viaggio dall'inizio alla fine. Sotto forma di
progetto, di programma, o persino di ricordo, il racconto è sempre
presente nella mente di chi viaggia.
In questo modo, possiamo considerare il turismo in generale e più
precisamente le guide come degli universi volti a rendere il mondo intrigante.
Lo modellano, lo rendono più complesso e lo dispongono in modo
tale che la deambulazione del turista nello spazio da visitare possa
costituire un racconto e che il turista sia l'eroe del suo stesso racconto.
La guida, in modo particolare, che lavora l'emergenza ventura di un
«racconto del viaggio» (2003 [1998], p. 276), cerca di affermarsi
come un dispositivo della trasmissione dei racconti ed in generale del
discorso. Possiamo anche pensare all'aneddoto mediazionale come a uno
di questi oggetti del discorso che il turista porti con sé per
raccontarlo o per fonderlo nel suo racconto di viaggio.
L'aneddoto sul mercato
linguistico
Possiamo chiederci per quale motivo l'aneddoto, soprattutto se viene
considerato e qualificato come inessenziale, partecipi a questo esercizio
della trasmissione del discorso. In altri termini, possiamo interpellarci
sul valore di questo processo di mettere in circolazione degli esseri
del discorso propriamente inessenziali. Per avviare la riflessione,
torniamo a Pierre Bourdieu e in particolare al modo in cui ha abbordato
il linguaggio (1977; 2002 [1977]; 2002 [1978]).
Secondo il sociologo, possiamo considerare gli atti di linguaggio come
atti economici nel senso in cui esisterebbe un «mercato linguistico»
fatto di scambi e di valori sociali, specialmente simbolici. Prendere
la parola, equivale quindi a prendere un rischio simbolico ed allo stesso
tempo a tentare di realizzare un plusvalore. La situazione comunicativa
partecipa alla definizione di questo mercato. Sapere valutare l'occasione
discorsiva di una situazione sociale è quindi una delle competenze
del soggetto sociale parlante. Produrre un discorso, non significa dunque
semplicemente esporre un prodotto grammaticale, ma piuttosto un prodotto
discorsivo dal momento che il linguaggio e le situazioni del discorso
sono sociali.
Il linguaggio di Pierre Bourdieu è, in genere, una prassi sociale.
È un gesto all'interno del mondo sociale nel senso che è
«fatto per essere parlato» ed è «fatto per
essere parlato a proposito» (1977, p. 18). Manipolare il linguaggio
equivale dunque a manifestare (deliberatamente o meno) una certa intelligenza
del sociale e dei rapporti di forza simbolica che lo compongono così
come a un certo posizionamento in questo sociale. È insomma,
esplicitamente o implicitamente, un dirsi socialmente. Ora, secondo
Piere Bourdieu, agire nel sociale, per mezzo del gesto o della parola,
corrisponde a entrare in un processo di «distinzione». Prendere
la parola, è, in definitiva, un cercare di distinguersi. Equivale
a mostrare la propria intelligenza del sociale e ad agirvi esattamente
in funzione di questa intelligenza e delle proprie pretensioni.
Per ritornare all'aneddoto, se questo si presenta attraverso l'esercizio
della mediazione turistica, è probabile che, sul mercato linguistico,
questo tipo di enunciati produca un certo vantaggio. Allo stesso modo,
se viene affidato ai lettori/viaggiatori, è per permettere loro
di trarne un certo profitto in alcune situazioni venture del discorso.
In altri termini, seguendo Pierre Bourdieu, possiamo considerare che
l'aneddoto sia inizialmente un prodotto degli autori delle guide di
viaggio e che venga poi affidato ai lettori/viaggiatori come un oggetto
discorsivo di distinzione. Ora, la specificità dell'aneddoto
nelle guide è che questo non sia necessario all'avventura turistica.
Questo è quanto ci rivela per l'appunto il suo trattamento aneddotico.
Esistono dunque, nel turismo in genere e nelle guide in particolare,
degli esseri culturali che necessitano di essere visti o conosciuti
(gli imprescindibili che le guide di brevi soggiorni mettono come punto
d' onore) ed altri invece il cui ritrovamento è dell'ordine del
lusso nel senso che sono, per l'appunto, aneddotici.
La «necessità» ed il «lusso» devono essere
qui intesi nel senso che Pierre Bourdieu attribuisce loro. Quest'ultimo,
per definirli, fa notare che «l'autentico principio delle differenze
che si osservano nel campo del consumo e non solo in questo, è
l'opposizione fra il gusto del lusso (o della libertà) ed il
gusto della necessità» (1979, p. 198). Il gusto della necessità
è chiaramente quello che si lascerebbe dettare dal bisogno, ovvero
da ciò che garantisce la dignità umana in quanto sociale,
ed il gusto del lusso, quello che non si lascerebbe dettare in nessun
caso da tale bisogno, ma piuttosto dal semplice piacere che procura
il possesso, la sperimentazione o persino il contatto. Si tratta qui
di una rappresentazione di questi due tipi di gusto dal momento che,
in realtà, la scelta di un gusto piuttosto che l'altro è
resa «necessaria» dal sociale.
Per quanto concerne l'aneddoto mediazionale, una volta fornite le sue
modalità di apparizione all'interno delle guide di viaggio, può
essere accomunato ai prodotti di lusso. Con questo voglio dire che la
sua enunciazione e soprattutto le specificità editoriali che
lo esprimono stabiliscono proprio una distanza rispetto alla necessità
turistica. Dicendo – o leggendo – l'aneddoto, usciamo dai
circuiti e dalle liste degli imprescindibili (il Louvre a Parigi e la
Gioconda al Louvre, l'Acropoli ad Atene o la Karl-Marx-Allee e l'isola
dei musei a Berlino). Fare la scelta dell'enunciazione aneddotica, corrisponderebbe
dunque a distinguersi dichiarando il proprio gusto per il lusso, ed
inoltre, per un dispositivo della mediazione, ad affidare un prodotto
discorsivo di lusso (distintivo) al turista. Ciò equivale a potersi
autodefinire come un «mondano» piuttosto che un «dotto»,
vale a dire a identificarsi come un soggetto sociale che, esagerando
estremamente, preferisce «gioire senza comprendere» piuttosto
che «comprendere senza sentire» (Bourdieu, 1979, p. 9)4.
Conclusione
Lo studio dell'aneddoto nei dispositivi
di mediazione permette innanzitutto di mettere in luce il fatto che
le rappresentazioni e gli immaginari turistici in circolazione non siano
limitati all'universo del monumentale e dell'imprescindibile delle «cose
da vedere». Questi procedono anche dagli inessenziali del turismo,
e dalla cultura in genere. Questi piccoli oggetti che compongono l'infimo
sono indubbiamente più difficili da cogliere rispetto agli imprescindibili
per il fatto che si manifestano sotto le sembianze dell'infra-ordinario.
Ciononostante, partecipano in egual misura all'elaborazione degli immaginari
turistici per mezzo dei dispositivi di mediazione.
Se fanno cultura nel mondo del turismo, è anche grazie al fatto
che vengono qualificati come oggetti privi di significato. È,
in altri termini, proprio per il motivo che appaiono al margine degli
imperativi culturali che vengono desiderati sia dagli attori della mediazione
che dai turisti stessi. Questa esistenza al margine conferisce loro
un certo sapore socioculturale. Opponendosi ai discorsi istituzionali,
gli oggetti dell'infimo apparterrebbero quindi alla verità dei
popoli; si sarebbero aperti un cammino informale attraverso la piccola
storia ed in questo senso rivelerebbero qualcosa dell'autenticità
delle culture da cui provengono.
Questi piccoli oggetti che prendono forma aneddotica nel testo vengono
affidati al sociale, dai dispositivi della mediazione turistica, al
fine di circolarvi. Il motore di questa circolazione – la sua
ragione d'essere effettuata – è che gli enunciati a cui
si fa ricorso apportano un beneficio a chi li riproduce. Questo profitto
di ordine simbolico viene anticipato dai dispositivi come il risultato
di un'intelligenza sociale delle situazioni di comunicazione o se vogliamo
di una competenza linguistica in quanto sociale. L'oratore di aneddoti
storici venturi potrà, da una parte, provare che ha saputo toccare
la profondità e l'autenticità delle culture che ha visitato
da turista e, dall'altra, farsi riconoscere come un mondano nel senso
in cui, sapendo compiere la distinzione fra l'imperativo della necessità
e l'apparente futilità dell'infimo, ha saputo fare la scelta
della seconda.
Anche se infimi, questi aneddoti tendono a occupare un posto sempre
più importante nei dispositivi della mediazione turistica come
lo dimostra, per esempio, la versione attualizzata del 2010 della guida
Petit Futé di New York che, presentando il Lincoln Center, riprende
parola per parola quella del 2005, a differenza di una piccola parentesi
ma comunque alquanto significativa: «costruito negli anni '60
fra la Columbus e Amsterdam Avenue (per l'aneddoto, vi è stato
girato il film West Side Story, prima della distruzione dei vecchi quartieri
poveri che poi il Centro ha rimpiazzato), il Lincoln Center è
sede delle maggiori istituzioni della vita artistica e culturale della
scena americana e internazionale.» (Auzias & Labourdette,
2010, p. 304), preferendo dunque all'informazione topografica e pratica
«prolungamento della 9ª e della 10ª Avenue a partire
da Central Park al livello della 59ª Street» [Auzias &
Labourdette, 2005, p. 296]), un'informazione inessenziale e insignificante.
Dunque, in generale, questi contributi alla nozione di aneddoto pensato
nella sua inessenzialità e nella sua insignificanza permettono
di offrire delle piste di interpretazione chiarificando l'attuale profusione
di prodotti cosiddetti «insoliti». Questi ultimi giocano
in effetti la carta del mai saputo (My little Paris [Collectif, 2010]),
del segreto e del nascosto (Paris secret et insolite [Trouilleux &
Lebar, 2009], Paris Caché [Lepic, 2009]), dell'inconsueto (Paris
Décalé [Briand, 2009]) o ancora del piccante (Paris Coquin
[Béraud & Hermange, 2008]); altrettante modalità di
esistenza di oggetti che poggiano e fondano il loro valore e la loro
singolarità sull'opposizione che erigono di fronte al regime
dell'imperativo e delle «cosa da vedere»5.
NOTE
1
Si tratta di sette guide (per
alcuni «culturali» – la Guide Bleu, la Guide Vert,
la guida La Bibliothèque du voyageur e la guida Voir –;
per altri «pratiche» – Le Guide du Routard, la Lonely
Planet e Le Petit Futé) che vertono su due destinazioni, New
York e la Scozia.
2
Vedi : http://misspotin.wordpress.com/
3
Vedi : http://unjourunvoyage.viabloga.com/
4
È da notarsi come la scelta
terminologica e le definizioni proposte da Pierre Bourdieu siano peggiorative.
Il motivo di questa scelta è dovuto alla volontà dell'autore
nel voler denunciare le pretensioni universali di ognuno di questi rapporti
con la cultura (la loro neutralità) piuttosto che a un eventuale
giudizio di queste modalità di appropriazione e di acquisizione
della cultura.
5
COLLECTIF, My little Paris,
Paris, Chêne, 2010 ; TROUILLEUX Rodolphe et LEBAR Jacques, Paris
secret et insolite, Paris, Parigramme, 2009 ; LEPIC Alice, Paris
caché, Paris, Parigramme, 2009 ; BRIAND Cécile, Paris
décalé, Paris, Lonely Planet, 2009 ; HERMANGE Aurélia
et BERAUD Diana, Paris coquin, Paris, First, 2008.
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PER
CITARE QUESTO ARTICOLO
Riferimento
elettronico:
Hécate Vergopoulos, L'infimo culturale
e l'immaginario turistico. L'aneddoto nelle guide di viaggio, Via@,
Gli immaginari turistici,
n°1, 2012, postato il 16 marzo 2012.
URL : http://www.viatourismreview.net/Article3_IT.php
AUTORE
Hécate
Vergopoulos
Hécate Vergopoulos è titolare di un Dottorato in Scienze
dell'informazione e della comunicazione. Le sue ricerche riguardano
il turismo e, in modo più esatto, la mediazione turistica e le
guide di viaggio. A partire dallo studio di diversi dispositivi, lei
cerca di mettere in luce il modo in cui le rappresentazioni ed i valori
turistici emergono e circolano nel sociale e nella cultura.
TRADUZIONE
Bureau de Traduction de l'Université
Université de Bretagne occidentale
- Brest
http://www.univ-brest.fr/btu/
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