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1 - 2012 Gli immaginari turistici

L'infimo culturale e l'immaginario turistico - L'aneddoto nelle guide di viaggio

Hécate Vergopoulos

Traduzioni:
EN - Miniature Culture and Tourism Imaginaries - Anecdotes in Travel Guides
FR - Anecdotes et imaginaires touristiques

Piano Riassunto Parole chiave Testo Bibliografia Note Illustrazioni Citazioni Autore PDF

Piano

L'aneddoto e l'autenticità
L'aneddotico e «l'effetto della gravità»
La produzione del discorso
Conclusione

Riassunto

Gli immaginari turistici non si lavorano solamente nell'universo del monumentale e dell'imprescindibile delle «cose da vedere». Prendono corpo anche nella somma degli oggetti infimi delle nostre culture. La ricorrente presenza di aneddoti nei dispositivi della mediazione turistica lo dimostra. Questi si caratterizzano per la loro insignificanza socioculturale, eppure, partecipano pienamente alla costruzione di un regime fondamentale di autenticità. Come comprendere questa doppia condizione? Quali sono le problematiche del fondare la «verità» delle culture mediante l'infimo del dettaglio aneddotico?

Parole chiave

Aneddoto – mediazione turistica – trasmissione del discorso – autorevolezza sociale

Testo integrale

«A parte i suoi cortei selvaggi, luoghi di eiaculazione morale, la Spagna della Guide Bleu, come faceva notare Roland Barthes, non conosce che uno spazio, una fitta trama, attraverso qualche vuoto considerevole, di un susseguirsi di chiese, di sacrestie, di retabli, di croci scolpite, (la Famiglia e il Lavoro), di ritratti romani, di navate e di crocefissi di grandezza naturale (1957, p. 123). Il semiologo metteva allora in rilievo il fatto che la cultura, rappresentata attraverso il dispositivo della mediazione, sembrava definirsi come una somma di oggetti monumentali, o ancora come «un corpus di opere», per riprendere l'espressione di Jean Claude Passeron (1991). Dieci anni più tardi, Jules Gritti, studiava in modo recidivo una guida della stessa collana per analizzare a fondo la logica imperativa del «dover vedere» (1967), avendo come corollario ciò che si potrebbe chiamare un «dover sapere». Ancora una volta, l'autore sottolineava che la cultura turistica, quale si manifesta attraverso il dispositivo della mediazione, si organizza in particolar modo attorno ai suoi imprescindibili.
La cultura turistica, nonostante tutto, non si costruisce solo ed esclusivamente attorno a questi oggetti che «meritano la sosta» oppure a quelli che bisogna «assolutamente vedere». Si gioca anche su una somma di oggetti infimi che si contraddistinguono per la loro insignificanza socioculturale. Il turismo prende allora un volto singolare, quello della mediazione e della pratica di questi piccoli oggetti che non sembrano godere della stessa aura delle opere monumentali, e che valgono precisamente per quello che sono. Questo è almeno ciò che l'articolo auspica di mettere in luce a partire da un tipo peculiare di oggetto infimo: l'aneddoto.
Quest'ultimo è ricorrentemente presente in una miriade di dispositivi della mediazione turistica. Scritto nei testi delle guide stampate, evocato succintamente dalle guide turistiche, o dissimulato nei cartelli espositivi, esso sembra passare inosservato mentre in realtà occupa una parte importante della mediazione, e riesce a plasmare enormemente gli immaginari turistici. A partire dal modo in cui questo peculiare oggetto del discorso si manifesta in uno di questi tipi di mediazioni turistiche, ovvero nelle guide stampate, questo articolo si propone di elaborare alcune piste di comprensione e di interpretazione legate a questi piccoli oggetti culturali che definiscono, di gran lunga, il regime dell'infimo turistico. Lo sguardo che rivolgiamo all'aneddoto è soprattutto semiologico e comunicativo nel senso che si cerca di mettere in rilievo il gioco dei valori e delle rappresentazioni – l'immaginario – che accompagna la mediazione degli oggetti dell'infimo attraverso l'analisi delle loro manifestazioni scritturali.
Gli aneddoti qui studiati sono stati prelevati da un corpus di guide di viaggio selezionate per la loro diversità editoriale
1. Sono stati presi in considerazione secondo il criterio della loro struttura: ci interesseremo quindi in modo particolare all'aneddoto preso nella sua forma linguistica e non iconica, come l'ha fatto, per esempio, Christian Moncelet nel suo studio sull'aneddoto fotografico (1990). Cominceremo, in un primo momento, a presentare ciò che gli aneddoti dei dispositivi di mediazione possiedono di specifico rispetto agli aneddoti turistici in generale. Ci soffermeremo in particolare sul rapporto con l'autenticità che essi cercano di istituire. In un secondo tempo, ragioneremo sul modo in cui questi oggetti discorsivi vengono qualificati, dai dispositivi stessi, come degli oggetti insignificanti o inessenziali dal punto di vista socioculturale. Per ultimo, cercheremo di comprendere con esattezza questa ambiguità apparente dell'aneddoto, preso contemporaneamente dal gioco dell'autentico e da quello dell'inessenziale. Cercheremo in questo modo di identificare quali siano le problematiche di questa ricostruzione della «verità» delle culture attraverso l'insignificanza dei dettagli aneddotici.

L'aneddoto e l'autenticità

L'aneddoto è una forma discorsiva di carattere narrativo che si contraddistingue, il più delle volte, per la sua brevità (Huglo, 1997). Una delle sue specificità, quando circola nel mondo del turismo, è che appare come un oggetto desiderato. Croccante o piccante, si intrufola nelle orecchie di coloro che partono o danza sotto i loro occhi; è saporito, bramato e, difatti, molto spesso portato a casa come un ricordo. Il caso è che rappresenta contemporaneamente un modo di fare viaggio per i turisti che raccontano sé stessi tramite gli aneddoti e un modo di fare cultura per gli attori della mediazione turistica. Così, quando si parla di un aneddoto turistico, è conveniente distinguere, da una parte, l'aneddoto desiderato dai turisti (sotto forma di un ricordo di viaggio) e, dall'altra, l'aneddoto desiderato dai dispositivi turistici (che prende forma all'interno dell'esercizio della mediazione). Nelle righe che seguono, ci proporremo di precisare questa distinzione al fine di dimostrare che questo desiderio di aneddoto, quando prende forma attraverso la mediazione, mette in discussione la «profondità» dello sguardo turistico (Urbain, 2002 [1991]) che permetterebbe di accedere «all'autenticità» delle culture visitate (MacCannell, 1999 [1976]).

L'aneddoto ricordo e l'aneddoto mediazionale

Se diciamo che l'aneddoto è desiderato dal mondo del turismo in genere, è perché troviamo, in una grande varietà di dispositivi turistici, dei richiami alla narrazione di aneddoti. I blog ne sono pieni, come lo dimostra quello di una viaggiatrice, Miss Potin, la quale non esita, ovviamente dopo essersi dedicata lei stessa a farlo, a chiedere ai suoi lettori di condividere i loro racconti aneddotici
2, oppure il blog Un jour, un voyage, che incita i suoi lettori a scrivere dei «biglietti» nei post per raccontare i loro aneddoti di viaggio, siano essi immaginari, coinvolgenti, divertenti, poetici, infantili o lirici3.

Ma i blog non sono i soli ad avere la prerogativa del desiderio di aneddoti. Le case editrici sembrano, anch'esse, essere sensibili a questo genere di forma narrativa. Infatti, Publibook propone agli eventuali scrittori-viaggiatori dilettanti di prendere la penna per raccontare i loro viaggi mettendo l'accento soprattutto sugli eventuali aneddoti che essi intendano condividere: «Siete appena tornati dal viaggio, la testa ancora piena d'immagini e il libro di bordo ricolmo di appunti, di impressioni, di aneddoti, di testimonianze. Nutrite il desiderio di prolungare il sogno, di fissarlo nero su bianco? […] Publibook si offre di prendersi cura del vostro manoscritto» (Auzias & Labourdette, 2007, p. 316).
Che sia tramite i blog o tramite la casa editrice menzionati prima, ciò che è desiderato e ciò che verrà raccontato, costituisce quello che possiamo definire gli «aneddoti ricordo» o «aneddoti testimoniali», ovvero dei racconti scritti in prima persona singolare – o plurale – che narrano uno o più episodi di un viaggio personale. In altri termini, l'aneddoto rinvia in questo contesto alla sfera del ricordo e possiede alcune regole della scrittura autobiografica. Nel condividere le loro esperienze di viaggio, i viaggiatori sono invitati a prendere la parola per (rap-)presentarsi agli occhi di un eventuale lettore: essi si raccontano nel raccontare le loro peripezie.
Questi aneddoti testimoniali non sono i soli, comunque, ad essere desiderati dal mondo del turismo. Ne esistono di un secondo genere. Ciò che li caratterizza, è che prendono corpo nel cuore stesso dell'esercizio della mediazione turistica. In altri termini, non dicono nulla di un viaggio già effettuato, ma anticipano il viaggio, invitano alla partenza o arricchiscono l'esperienza in corso. Così, in Le Guide du Routard della Scozia, possiamo leggere a proposito della visita, a Edimburgo, dello yacht reale Britannia: «Una volta imbarcati, da vedere: gli appartamenti reali, ma anche la sala macchine, i quartieri dell'equipaggio, la camera dell'Ammiraglio (dal momento che il capitano veniva sempre scelto fra gli ammiragli della Royal Navy)… il tutto abbellito da commenti e aneddoti storici! Dai, uno piccolo per il piacere: la regina non si spostava mai senza le sue cinque tonnellate di bagagli! (Gloaguen, 2008, p. 127). O ancora, in Le Petit Futé di New York, a proposito del Lower East Side Tenement Museum, viene precisato che «la visita guidata […] è punteggiata dagli aneddoti e dal racconto accattivante di questi immigrati» (Auzias & Labourdette, 2005 p. 274). In definitiva, un esperto della mediazione turistica (Le Guide du Routard oppure Le Petit Futé) valorizza in questo contesto il fatto che un attore turistico (il mediatore del yatch royal o il Lower East Side Tenement Museum) abbia scelto di includere numerosi aneddoti alla mediazione che lui stesso propone.
Questo tipo di aneddoti chiaramente non appartiene al mondo del ricordo personale, bensì a quello dei processi di mediazione. A partire da ora , lo distingueremo dall'aneddoto testimoniale qualificandolo come mediazionale o storico. Si contraddistingue dal fatto che sembri potere apportare un plus valore alla mediazione turistica nel senso che sarebbe in possesso di un certo valore turistico e/o più generalmente culturale. Appare così come una sorta di garanzia di buona qualità della mediazione. Questo ci spiega perché tanto Le Guide du Routard che Le Petit Futé lo mettano in rilievo quando partecipi all'esercizio di mediazione di un'attrazione o di un luogo turistico.
Questo dimostra inoltre che alle guide stesse piace far sapere che ricorrono abbondantemente agli aneddoti, come lo illustra la guida de La Bibliothèque du voyageur che, presentando il suo percorso del «gran tour degli Stati Uniti», precisa: «La guida descrive la storia di ciascuna regione visitata, fornisce delle indicazioni per potervisi recare, dà spazio agli aneddoti comici, dipinge un ritratto degli abitanti, sottolinea le curiosità al riparo dei sentieri battuti e, nel momento in cui sia necessario, non esita a denunciare la volgarità di certe attrazioni turistiche.» (Collectif, 2001, p. 13). Sembra quindi che l'aneddoto crei valore e diventi un autentico argomento di vendita nel senso che apporterebbe un'informazione specifica e diversa da quelle fornite dalla storia, dai ritratti o dalle informazioni pratiche.
In definitiva, possiamo distinguere due tipi di aneddoti: quelli che adottano lo stile della testimonianza e quelli che hanno luogo nell'esercizio della mediazione. I primi sono stati oggetto di numerose ricerche, condotte per esempio da Marie-Christine Gomez-Géraud e Philippe Antoine (2001), da Alain Montandon (1990) o ancora da Dominique Jullien (1993) mentre invece i secondi non hanno saputo fare altrettanto per attirare l'attenzione. Nelle righe che seguono, renderemo loro infine giustizia, cercando di capire più precisamente che tipo di informazioni e di valori gli aneddoti storici o mediazionali portino con sé.

L'aneddoto storico e l'autenticità


È da notare in primo luogo che ogni aneddoto sembri ricollegarsi a tutti gli aneddoti primordiali dei quali la storia abbia conservato traccia. È a Procopio di Cesarea, biografo e storico dell'imperatore Giustiniano, al quale dobbiamo la formazione di questo termine nel VI secolo d. C. Proviene dal greco ekdotos, aggettivo verbale che deriva da ekdidomai, «produrre all'esterno, pubblicare» (Rey, 1992, p. 74) a cui è stato aggiunto una a- privativa seguita da una n di congiunzione. In sostanza, anekdote significa, in primo luogo, ciò che non è stato pubblicato; ovvero «inedito». Questo termine, è stato utilizzato da Procopio di Cesarea per designare un testo che lui non era intenzionato a pubblicare se non dopo la morte dell'Imperatore e di sua moglie, Teodora. Nel testo in questione, raccontava delle storie di relazioni, di gelosia, di liti e di complotti che implicavano la coppia imperiale. «Non sarebbe possibile, così scrive, poter pubblicare (questi racconti) durante la vita degli autori dei fatti. Non potrei sottrarmi allo spionaggio che si farebbe a grande scala attorno a me; e nel caso in cui fossi scoperto, non potrei sottrarmi alla morte più atroce. Non sarebbe nemmeno possibile far affidamento alla discrezione dei parenti più stretti. » (Procopio, 1856, p. 3-5).
Gli aneddoti sono quindi, fin dalle loro origini, dei racconti che evocano un universo di storie segrete e sotterranee che si opporrebbe, il più delle volte, a quello della grande Storia. È anche quanto ci conferma uno degli eredi di Procopio di Cesarea, Antoine Varillas quando scrive: «Lo storico considera quasi sempre gli uomini in pubblico; mentre invece lo scrittore di aneddoti li esamina solo nel privato. Gli uni credono di compiere il proprio dovere, nel momento in cui li dipingono come erano nell'esercito, o nei tumulti delle città; e gli altri cercano a tutti i costi di farsi aprire la porta del loro Studio. Gli uni li vedono in cerimonia, e gli altri in conversazione; gli uni si attaccano principalmente alle loro azioni, e gli altri vogliono essere testimoni della loro vita interiore, e assistere alle ore più private dei loro svaghi. In poche parole, gli uni hanno per oggetto solo il comando e l'autorità, e gli altri costruiscono la propria fortuna attraverso quello che succede in segreto e in solitudine. (Varillas, 1689 [1685], p. 4).
Gli aneddoti portano, dunque, con sé, una sorta di potenzialità: se i fatti di cui riferiscono sono restati nascosti fino ad ora, è probabile che non siano conformi alle norme; hanno dunque un carattere di estraneità, di mistero e/o di segreto e che, in questo senso, meritano il nostro interesse (Hadjadj, 1990, p. 10). In modo generale, gli aneddoti hanno un certo gusto culturale proprio perché si oppongono al sapere istituzionale. Difatti, quando vengono mobilitati dal dispositivo della mediazione, possiamo dire che procedono e partecipano al regime dell'autenticità turistica (MacCannell, 1999 [1978]), non solo nel senso in cui accertano degli avvenimenti, ma nel senso in cui , aprendo le porte a un «turismo della profondità» (Urbain, 2002 [1991]), lasciano intravedere una sorta di strato più intimo delle culture: quello che concerne la vita privata dei personaggi e dei luoghi, la loro verità in quanto uomini o in quanto spazi, che si sottrae al regime pubblico ed ufficializzato del sapere istituzionalizzato.
Come i racconti e le leggende che analizza Michel de Certeau, gli aneddoti non apparterrebbero quindi all'universo delle «categorie sociali che, loro sì, "fanno la storia"» e la dominano (1990 [1980], 43) Essi circolano, in modo informale, e tanto la loro traiettoria culturale che i fatti che raccontano appartengono ai discorsi ed agli immaginari dei popoli, e non a quelli delle loro istituzioni, ovvero «dietro le quinte», secondo il termine di Erving Goffman (1973 [1956]), nella loro storicità e/o contemporaneità. Questo universo di rappresentazioni associate all'aneddoto spiega indubbiamente come mai, nelle guide dette «culturali» – come la Guide Bleu che riposa su una logica mediazionale magistrale e istituzionale –, i fatti aneddotici, anche se numerosi, non vengono identificati come tali, mentre invece nelle guide dette «pratiche» – come Routard che cerca di creare una «simpatica» complicità libertaria –, la tendenza consiste, al contrario, a introdurre l'enunciato aneddotico designandolo in quanto tale.

L'aneddotico e «l'effetto della gravità»


aLa seconda caratteristica degli aneddoti mediazionali si trova in rapporto con quello che possiamo definire «l'effetto della gravità». Allo scopo di spiegare ciò che si nasconde dietro questa espressione, conviene innanzitutto distinguere l'aneddoto dall'aneddotica, ovvero dissociare il racconto dai valori che circolano con esso. Per fare questo, ritorniamo a una ricerca specifica, quella di Ruth Amossy sullo stereotipo, che si prende cura di differenziare da una parte una forma discorsiva e dall'altra le rappresentazioni a cui vanno associate. A partire da questo lavoro, giustificheremo la pertinenza della suddetta distinzione fra aneddoto e aneddotico. In un secondo tempo, preciseremo questa seconda nozione mettendo in rilievo i valori che la caratterizzano. Infine, proporremo una definizione specifica dell'aneddotico come strategia editoriale e discorsiva dell'elusione del grave.

L'aneddoto e l'aneddotico

Nella sua opera Les Idées reçues. Sémiologie du stéréotype (1991), Ruth Amossy spiega che bisogna separare lo stereotipo dalla coscienza della stereotipia. Dunque, lo stereotipo o luogo comune esiste da molto tempo. Tuttavia, nell'Antichità, era valorizzato, sotto forma di topos, per la sua efficacia retorica mentre invece al giorno d'oggi, gli vengono riconosciuti solamente degli effetti di eccessiva semplificazione: «Lo stereotipo [come oggetto investito da valori negativi] non è un concetto teorico assoluto ed eterno, ma una nozione proveniente dall'epoca moderna e fatta su misura per servirla. La coscienza dello stereotipo è l'ultima difesa posseduta da una società volta al livellamento verso il basso e all'automazione. Cerca di segnalare il pericolo per impedirgli di propagarsi indebitamente […]. In questo caso, possiamo dire che lo stereotipo sia diventato ai nostri giorni una delle grandi ossessioni dei tempi moderni» (1991:11).
Insomma, la nozione di stereotipo è una nozione sociostorica, vale a dire «culturale». Si è forgiata nel corso del tempo e così come la conosciamo oggi, peggiorativa e nefasta, contraddistingue (solamente) la nostra modernità e lo sguardo che quest'ultima porta sugli schemi pre-costituiti e riproducibili. Lo stereotipo non contiene quindi dentro sé qualcosa di morale. E se, al giorno d'oggi, lo condanniamo, questo giudizio non è altro che culturale. È questa la coscienza della stereotipia: l'insieme dei valori socioculturali che vertono sulla pratica della produzione degli stereotipi. Bisogna riconoscere all'aneddoto questo stesso investimento di valori socioculturali distinguendo, da un lato, la forma discorsiva e, dall'altro, la coscienza o le rappresentazioni a cui vanno associate; distinguere quindi l'aneddoto dall'aneddotica.

L'aneddoto come valore socioculturale

Per quanto concerne l'aneddotica, è opportuno, per poterla meglio identificare proprio come si manifesta nei dispositivi della mediazione turistica, fare una breve sosta. Se prendiamo il caso delle guide di viaggio in particolare, possiamo osservare che si presentano come dei testi complessi. Impiegano un'infinità di forme di scrittura (uso del grassetto, del corsivo, cambi tipografici, ma anche di immagini, disegni, schemi, mappe, cartine, sommari, indici, ecc.). Ciascuna di queste strutture occupa un posto singolare e definisce una funzione specifica del testo. Così, il corsivo sta spesso a significare le informazioni pratiche; il grassetto rinvia regolarmente a delle logiche di manipolazione dell'opera nel senso che un termine in grassetto nel corpo del testo sarà, nella maggior parte dei casi, presente anche nell'indice del volume; i titoli ed i sottotitoli permettono, quanto a loro, di gerarchizzare l'informazione e di renderla leggibile e/o visibile. Questi tipi di scrittura semiotizzano il modo in cui il turista, nella sua funzione di lettore, possa apprendere dal testo, dal punto di vista cognitivo o manuale. Essi mostrano, in altri termini, il modo in cui la guida debba essere letta e il modo in cui il lettore/viaggiatore debba interpretare le informazioni che gli vengano affidate.
Per quel che concerne gli aneddoti, possiamo notare alcune costanti nella maniera in cui le guide li semiotizzano. Prendiamo l'esempio di Grace Church, presentata nella Guide Vert di New York e a proposito della quale apprendiamo: «Fondata in origine dalla parrocchia della Trinità nel 1808, questa chiesa episcopale fu costruita nel 1846 da James Renwick, il quale concepì successivamente i progetti della cattedrale di Saint Patrick. Rimarchevole per l'acutezza del profilo delle guglie, Grace Church è un buon esempio di stile neogotico. Nel 1863, P.T. Barnum riuscì a convincere il rettore a celebrarvi il matrimonio di due nani del suo circo: Charles S. Stratton, conosciuto anche come Tom Pollice, e Larvina Warren.» (Brabis, 2005, p. 183). Quello che stupisce alla lettura del brano (ma che si indovina solo difficilmente attraverso questa trascrizione), è innanzitutto il fatto che l'aneddoto del matrimonio dei foranei di piccola taglia venga qui semiotizzato come un'informazione appartenente al corpo del testo. Detto altrimenti, che non venga messo in rilievo da un titolo o da un sottotitolo, ma che si manifesti invece secondo la logica del testo diciamo «normale». Non forma oggetto peraltro di un intero paragrafo a parte. Viene, al contrario, inserito in un'unità di testo che lo incorpora.
Questo trattamento editoriale dell'aneddoto è quasi sistematico in tutte le guide di viaggio. L'aneddoto, in generale, si riassume alla formulazione di una semplice asserzione che viene a sommarsi ad un corpo di testo senza un formato degno di nota. Nel migliore dei casi, viene annunciato e identificato come tale per mezzo di formule consacrate («per l'aneddoto» o «secondo l'aneddoto»), e nel peggiore, viene semplicemente aggiunto o assimilato all'informazione principale. In entrambi i casi comunque, appare per quel che ha di più «infra-ordinario», per riprendere il termine di Georges Perec concettualizzato da Emmanuël Souchier (1998), ossia l'insieme di ciò che si manifesta nel testo, ma che non si vede. L'infra-ordinario caratterizza specialmente ciò che Emmanuël Souchier chiama «l'enunciazione editoriale», vale a dire il modo in cui parla il testo considerato nella sua materialità – ovvero il modo in cui parla «l'immagine del testo» – allo stesso tempo del testo considerato dal punto di vista linguistico.
Questa maniera di editorializzare l'aneddoto rinvia a quello che chiameremo il carattere propriamente «inessenziale» dell'informazione trasmessa. Questo termine definisce un valore socioculturale e non, ben evidentemente, un valore semiologico. Diremo dunque che l'inessenziale si caratterizza come un insieme di oggetti del discorso il cui status possa sembrare ambiguo: sono secondari, ma pur sempre presenti; non sono, comunque fondamentali, altrimenti attribuiremmo loro una forma grafica che ci permetterebbe di contraddistinguerli al primo sguardo. Quindi non sono fondamentalmente utili poiché non vengono messi in rilievo, ma non sono nemmeno completamente inutili dal momento che sono comunque presenti, ed in modo alquanto ricorrente.

L'aneddotica come strategia dell'elusione del grave

L'aneddoto appare allora come un oggetto culturalmente inessenziale nell'ambito dell'esercizio della mediazione turistica. Questa posizione socioculturale dell'oggetto chiarifica la questione precedente sull'aneddotica. Quest'ultima, così circoscritta, contraddistingue non solo gli aneddoti, ma anche altri oggetti del discorso come le leggende oppure le voci. In genere, possiede la proprietà di poter alleggerire il referente di un discorso del suo «effetto della gravità» nel senso che non si interessa affatto al «grave», ma a qualcosa che si trova nelle sue vicinanze.
Prendiamo, un esempio tratto dalla guida Routard della Scozia in cui si trova scritto: «Piccolo aneddoto: è proprio a Perth che, nel 1539, John Knox, il celebre riformista, pronuncia il primo dei suoi discorsi incendiari antipapisti». (Gloaguen, 2008, p. 237). Ricordiamo che John Knox (1514-1572) è considerato come il fondatore o il riformatore della Chiesa scozzese. Ora, in questo brano, non ci si interessa molto all'uomo in questione. Ciò che costituisce il nocciolo dell'informazione, è il luogo in cui avrebbe fatto la sua prima dichiarazione apertamente antipapista. In altri termini, il centro di gravità dell'informazione si sposta facendone oscillare l'interesse dal personaggio storico ed emblematico al luogo presumibilmente investito dallo spazio del suo discorso. Si produce quindi un'informazione che bada affatto alla pesantezza della gravità storica, ma riposa bensì su qualcosa che si mantiene, al margine, proprio lì accanto.
Con l'aneddotica, entriamo nel dominio del piacere del dettaglio superfluo ma intrigante, dello zuccherino informativo che si oppone allo spessore storico ed istituzionale come lo dimostra, fra l'altro, il brano menzionato prima tratto da Routard che, trattandosi dello yacht reale e sottolineando il fatto che l'escursione proposta dalla guida sia punteggiata di aneddoti, non esita a offrirne uno ai suoi lettori «per il piacere» (Gloaguen, 2008, p. 127). Quindi, il regime dell'aneddotica è quello delle piccole informazioni supplementari veramente inessenziali che vengono ad aggiungersi all'edificio culturale, come una ciliegina sulla torta
È precisamente ciò che ci conferma, in negativo, questo passaggio di una cronaca di Jacques Leduc, cineasta del Quebec. Quest'ultimo, partito a Ramallah per partecipare alla realizzazione del film di Tahani Rached Soraida, une femme de Palestine uscito nel 2004, ci presenta al suo ritorno una cronaca in una rivista di cinema intitolata 24 images in cui scrive: «I miei ricordi di questo viaggio, del resto molto recenti, non hanno niente di aneddotico: sono tutti emotivi, di un'emozione tenace come un mal di denti, e ogni volta che mi invitano a parlarne provo nuovamente lo stesso disagio. L'aneddoto, la buona storia durante le riprese da raccontare al ritorno di questo viaggio non ha niente a che vedere con l'aneddoto, ma tutto con la vita quotidiana. Si riassume costantemente alle misure arbitrarie che prende l'esercito israeliano nel paese che occupa, la Palestina» (2005). Se il cineasta si rifiuta di vedere nel suo viaggio l'aneddotico, è proprio perché quest'ultimo rinvia a un universo di cose frivole, senza importanza. Questo ci conferma dunque, che l'aneddotico si gioca in una strategia tesa ad evitare l'effetto della gravità dell'informazione nel senso che si attiene precisamente all'inessenziale.

La produzione del discorso

L'aneddoto offre quindi la possibilità di penetrare l'autenticità delle culture mostrandone i «retroscena» anche se contemporaneamente si fa notare come un oggetto del discorso caratterizzato per la sua insignificanza socioculturale. Non ci sarebbe, dunque, una sorta di paradosso nel voler fondare la verità sul minuscolo o sul dettaglio? Come mai il turismo si gioca questa carta? È a queste due domande a cui apporteremo degli elementi di risposta nelle righe che seguono, soffermandoci innanzitutto sullo status ambiguo dell'oratore di aneddoti che deve saper firmare l'enunciato e cancellarne allo stesso tempo la firma al fine di rendere il racconto appropriabile da parte altrui. Questa prima tappa ci permetterà di dare rilievo al fatto che l'aneddoto è un oggetto del discorso volto alla circolazione, e che i dispositivi della mediazione turistica che lo convocano desiderano farne oggetto di una trasmissione del discorso. Infine, proporremo un quadro interpretativo che ci permetterà di comprendere quali siano le problematiche legate alla trasmissione di un oggetto del discorso inessenziale nella pratica turistica.

L'aneddoto fra anonimato ed autorevolezza


Marie-Pascale Huglo e Claire de Ribaupierre che hanno entrambe studiato l'aneddoto in modo generale, vale a dire non interessandosi specialmente alla sua presenza nei dispositivi della mediazione turistica, hanno rilevato il fatto che si tratta di un oggetto del discorso che non solo possiede la proprietà di essere «iterabile» (Huglo, 1997), ma che, inoltre, è sottoposto ad un'intensa circolazione. Così, l'aneddoto «viene ripreso senza sosta, trasformato, adattato» (Ribaupierre, 2007, p.7).
Malgrado la sua diffusa circolazione, l'aneddoto riesce sempre a sorprenderci «Si ripete, ma non stanca mai» Ribaupierre, 2007, p. 7). Il fatto è che porta con sé un'implicazione tacita: per poter esistere in quanto tale, deve essere raccontato in modo che possa colpire il bersaglio. Ovvero, che l'aneddoto ingaggia l'istanza del discorso e lo mette alla prova di un' arte del dire. Pur essendo anonimo, deve anche apparire come il lavoro di un autore veritiero. Questa aporia, Claire de Ribaupierre la solleva e la riassume scrivendo: «Paradossalmente, l'aneddoto è contemporaneamente molto marcato, personificato da chi lo racconta, ed anonimo, in qualche sorta collettivo.» (2007, p. 12).
Il paradosso che solleva Claire de Ribaupierre è di pura facciata. In effetti, questa oscillazione fra enunciazione personale ed enunciazione collettiva è la condizione degli oggetti sottomessi alla ripetizione, quindi alla variazione se vogliamo credere a Marcel Detienne (1981): sono un bene di tutti, ma ognuno lo fa suo enunciandolo. Detto altrimenti, possiamo dire che è proprio grazie al fatto che circola che l'aneddoto è un oggetto culturale che si afferma come il risultato di un processo contemporaneamente anonimo ed autoriale. È quindi per il fatto che «cambia di mano, come cambia di bocca» (Ribaupierre, 2007, pag . 11) che l'aneddoto può essere abitato, durante il tempo della sua enunciazione, da chi lo dice. Nel raccontare l'aneddoto, ogni autore vi imprime il proprio stile, e appropriandosene, enuncia il proprio modo di comprendere il mondo e di prendervi parte. «L'aneddoto permette di dare un senso, di appropriarsi del mondo, di farlo proprio e di non esserne quindi espropriato: è un atto di individuazione.» (Ribaupierre, 2007, p. 35).
Ha dunque questo di specifico: che appare al mondo come un essere culturale di circolazione (Jeanneret, 2008) che appartiene a tutti ed è quindi appropriabile da parte di ognuno. Raccontare l'aneddoto, equivale a mettere in circolazione un essere che postula il suo silenzio e il suo segreto, la sua marginalità e la sua singolarità e che a ogni enunciazione esso fonda, nuovamente, un modo di stare al mondo che lo rimette in circolazione. La scommessa delle ultime righe sarà quella di dimostrare che lo stesso discorso vale per l'aneddoto turistico, in modo particolare quello mediazionale o storico: la sua destinazione turistica e culturale sarà quindi quella di circolare assicurando a chiunque lo porti con sé un' autorevolezza sociale.

L'aneddoto e la trasmissione dei discorsi turistici


Quando ci interpelliamo su cosa succeda dopo il viaggio, ci si concentra spesso sulla questione del racconto. Rachid Amirou dimostra infatti che la terza fase del viaggio (quella del ritorno, che succede a quella della partenza e a quella del soggiorno) riposa su una socializzazione specifica che si gioca in particolare nella narrazione del viaggio (1995). Anche Jean-Didier Urbain condivide questa concezione del viaggio che dura dopo che il turista abbia abbandonato il suolo straniero per ritrovare il suo ambiente socioculturale di appartenenza e la cui forma sia quella del racconto (Urbain, 2008).
Più esattamente, ciò che Jean-Didier Urbain difende, è l'idea che il racconto non venga tanto ad aggiungersi al viaggio solamente una volta che il turista sia rientrato a casa sua, quanto che vi partecipi fin dall'inizio. Infatti, secondo lui, «credere che la finzione o, nel significato più ampio del termine, il racconto, siano degli artifici puramente letterari aggiunti alla realtà del viaggio, una fioritura narrativa a posteriori, un'invenzione da poeta, da romanziere o da retore, è un'illusione» (2003)[1998], p. 288). Il racconto accompagna il viaggio dall'inizio alla fine. Sotto forma di progetto, di programma, o persino di ricordo, il racconto è sempre presente nella mente di chi viaggia.
In questo modo, possiamo considerare il turismo in generale e più precisamente le guide come degli universi volti a rendere il mondo intrigante. Lo modellano, lo rendono più complesso e lo dispongono in modo tale che la deambulazione del turista nello spazio da visitare possa costituire un racconto e che il turista sia l'eroe del suo stesso racconto. La guida, in modo particolare, che lavora l'emergenza ventura di un «racconto del viaggio» (2003 [1998], p. 276), cerca di affermarsi come un dispositivo della trasmissione dei racconti ed in generale del discorso. Possiamo anche pensare all'aneddoto mediazionale come a uno di questi oggetti del discorso che il turista porti con sé per raccontarlo o per fonderlo nel suo racconto di viaggio.

L'aneddoto sul mercato linguistico

Possiamo chiederci per quale motivo l'aneddoto, soprattutto se viene considerato e qualificato come inessenziale, partecipi a questo esercizio della trasmissione del discorso. In altri termini, possiamo interpellarci sul valore di questo processo di mettere in circolazione degli esseri del discorso propriamente inessenziali. Per avviare la riflessione, torniamo a Pierre Bourdieu e in particolare al modo in cui ha abbordato il linguaggio (1977; 2002 [1977]; 2002 [1978]).
Secondo il sociologo, possiamo considerare gli atti di linguaggio come atti economici nel senso in cui esisterebbe un «mercato linguistico» fatto di scambi e di valori sociali, specialmente simbolici. Prendere la parola, equivale quindi a prendere un rischio simbolico ed allo stesso tempo a tentare di realizzare un plusvalore. La situazione comunicativa partecipa alla definizione di questo mercato. Sapere valutare l'occasione discorsiva di una situazione sociale è quindi una delle competenze del soggetto sociale parlante. Produrre un discorso, non significa dunque semplicemente esporre un prodotto grammaticale, ma piuttosto un prodotto discorsivo dal momento che il linguaggio e le situazioni del discorso sono sociali.
Il linguaggio di Pierre Bourdieu è, in genere, una prassi sociale. È un gesto all'interno del mondo sociale nel senso che è «fatto per essere parlato» ed è «fatto per essere parlato a proposito» (1977, p. 18). Manipolare il linguaggio equivale dunque a manifestare (deliberatamente o meno) una certa intelligenza del sociale e dei rapporti di forza simbolica che lo compongono così come a un certo posizionamento in questo sociale. È insomma, esplicitamente o implicitamente, un dirsi socialmente. Ora, secondo Piere Bourdieu, agire nel sociale, per mezzo del gesto o della parola, corrisponde a entrare in un processo di «distinzione». Prendere la parola, è, in definitiva, un cercare di distinguersi. Equivale a mostrare la propria intelligenza del sociale e ad agirvi esattamente in funzione di questa intelligenza e delle proprie pretensioni.
Per ritornare all'aneddoto, se questo si presenta attraverso l'esercizio della mediazione turistica, è probabile che, sul mercato linguistico, questo tipo di enunciati produca un certo vantaggio. Allo stesso modo, se viene affidato ai lettori/viaggiatori, è per permettere loro di trarne un certo profitto in alcune situazioni venture del discorso. In altri termini, seguendo Pierre Bourdieu, possiamo considerare che l'aneddoto sia inizialmente un prodotto degli autori delle guide di viaggio e che venga poi affidato ai lettori/viaggiatori come un oggetto discorsivo di distinzione. Ora, la specificità dell'aneddoto nelle guide è che questo non sia necessario all'avventura turistica. Questo è quanto ci rivela per l'appunto il suo trattamento aneddotico. Esistono dunque, nel turismo in genere e nelle guide in particolare, degli esseri culturali che necessitano di essere visti o conosciuti (gli imprescindibili che le guide di brevi soggiorni mettono come punto d' onore) ed altri invece il cui ritrovamento è dell'ordine del lusso nel senso che sono, per l'appunto, aneddotici.
La «necessità» ed il «lusso» devono essere qui intesi nel senso che Pierre Bourdieu attribuisce loro. Quest'ultimo, per definirli, fa notare che «l'autentico principio delle differenze che si osservano nel campo del consumo e non solo in questo, è l'opposizione fra il gusto del lusso (o della libertà) ed il gusto della necessità» (1979, p. 198). Il gusto della necessità è chiaramente quello che si lascerebbe dettare dal bisogno, ovvero da ciò che garantisce la dignità umana in quanto sociale, ed il gusto del lusso, quello che non si lascerebbe dettare in nessun caso da tale bisogno, ma piuttosto dal semplice piacere che procura il possesso, la sperimentazione o persino il contatto. Si tratta qui di una rappresentazione di questi due tipi di gusto dal momento che, in realtà, la scelta di un gusto piuttosto che l'altro è resa «necessaria» dal sociale.
Per quanto concerne l'aneddoto mediazionale, una volta fornite le sue modalità di apparizione all'interno delle guide di viaggio, può essere accomunato ai prodotti di lusso. Con questo voglio dire che la sua enunciazione e soprattutto le specificità editoriali che lo esprimono stabiliscono proprio una distanza rispetto alla necessità turistica. Dicendo – o leggendo – l'aneddoto, usciamo dai circuiti e dalle liste degli imprescindibili (il Louvre a Parigi e la Gioconda al Louvre, l'Acropoli ad Atene o la Karl-Marx-Allee e l'isola dei musei a Berlino). Fare la scelta dell'enunciazione aneddotica, corrisponderebbe dunque a distinguersi dichiarando il proprio gusto per il lusso, ed inoltre, per un dispositivo della mediazione, ad affidare un prodotto discorsivo di lusso (distintivo) al turista. Ciò equivale a potersi autodefinire come un «mondano» piuttosto che un «dotto», vale a dire a identificarsi come un soggetto sociale che, esagerando estremamente, preferisce «gioire senza comprendere» piuttosto che «comprendere senza sentire» (Bourdieu, 1979, p. 9)
4.


Conclusione

Lo studio dell'aneddoto nei dispositivi di mediazione permette innanzitutto di mettere in luce il fatto che le rappresentazioni e gli immaginari turistici in circolazione non siano limitati all'universo del monumentale e dell'imprescindibile delle «cose da vedere». Questi procedono anche dagli inessenziali del turismo, e dalla cultura in genere. Questi piccoli oggetti che compongono l'infimo sono indubbiamente più difficili da cogliere rispetto agli imprescindibili per il fatto che si manifestano sotto le sembianze dell'infra-ordinario. Ciononostante, partecipano in egual misura all'elaborazione degli immaginari turistici per mezzo dei dispositivi di mediazione.
Se fanno cultura nel mondo del turismo, è anche grazie al fatto che vengono qualificati come oggetti privi di significato. È, in altri termini, proprio per il motivo che appaiono al margine degli imperativi culturali che vengono desiderati sia dagli attori della mediazione che dai turisti stessi. Questa esistenza al margine conferisce loro un certo sapore socioculturale. Opponendosi ai discorsi istituzionali, gli oggetti dell'infimo apparterrebbero quindi alla verità dei popoli; si sarebbero aperti un cammino informale attraverso la piccola storia ed in questo senso rivelerebbero qualcosa dell'autenticità delle culture da cui provengono.
Questi piccoli oggetti che prendono forma aneddotica nel testo vengono affidati al sociale, dai dispositivi della mediazione turistica, al fine di circolarvi. Il motore di questa circolazione – la sua ragione d'essere effettuata – è che gli enunciati a cui si fa ricorso apportano un beneficio a chi li riproduce. Questo profitto di ordine simbolico viene anticipato dai dispositivi come il risultato di un'intelligenza sociale delle situazioni di comunicazione o se vogliamo di una competenza linguistica in quanto sociale. L'oratore di aneddoti storici venturi potrà, da una parte, provare che ha saputo toccare la profondità e l'autenticità delle culture che ha visitato da turista e, dall'altra, farsi riconoscere come un mondano nel senso in cui, sapendo compiere la distinzione fra l'imperativo della necessità e l'apparente futilità dell'infimo, ha saputo fare la scelta della seconda.
Anche se infimi, questi aneddoti tendono a occupare un posto sempre più importante nei dispositivi della mediazione turistica come lo dimostra, per esempio, la versione attualizzata del 2010 della guida Petit Futé di New York che, presentando il Lincoln Center, riprende parola per parola quella del 2005, a differenza di una piccola parentesi ma comunque alquanto significativa: «costruito negli anni '60 fra la Columbus e Amsterdam Avenue (per l'aneddoto, vi è stato girato il film West Side Story, prima della distruzione dei vecchi quartieri poveri che poi il Centro ha rimpiazzato), il Lincoln Center è sede delle maggiori istituzioni della vita artistica e culturale della scena americana e internazionale.» (Auzias & Labourdette, 2010, p. 304), preferendo dunque all'informazione topografica e pratica «prolungamento della 9ª e della 10ª Avenue a partire da Central Park al livello della 59ª Street» [Auzias & Labourdette, 2005, p. 296]), un'informazione inessenziale e insignificante.
Dunque, in generale, questi contributi alla nozione di aneddoto pensato nella sua inessenzialità e nella sua insignificanza permettono di offrire delle piste di interpretazione chiarificando l'attuale profusione di prodotti cosiddetti «insoliti». Questi ultimi giocano in effetti la carta del mai saputo (My little Paris [Collectif, 2010]), del segreto e del nascosto (Paris secret et insolite [Trouilleux & Lebar, 2009], Paris Caché [Lepic, 2009]), dell'inconsueto (Paris Décalé [Briand, 2009]) o ancora del piccante (Paris Coquin [Béraud & Hermange, 2008]); altrettante modalità di esistenza di oggetti che poggiano e fondano il loro valore e la loro singolarità sull'opposizione che erigono di fronte al regime dell'imperativo e delle «cosa da vedere»
5.


NOTE

1 Si tratta di sette guide (per alcuni «culturali» – la Guide Bleu, la Guide Vert, la guida La Bibliothèque du voyageur e la guida Voir –; per altri «pratiche» – Le Guide du Routard, la Lonely Planet e Le Petit Futé) che vertono su due destinazioni, New York e la Scozia.
2 Vedi : http://misspotin.wordpress.com/
3 Vedi : http://unjourunvoyage.viabloga.com/
4 È da notarsi come la scelta terminologica e le definizioni proposte da Pierre Bourdieu siano peggiorative. Il motivo di questa scelta è dovuto alla volontà dell'autore nel voler denunciare le pretensioni universali di ognuno di questi rapporti con la cultura (la loro neutralità) piuttosto che a un eventuale giudizio di queste modalità di appropriazione e di acquisizione della cultura.
5 COLLECTIF, My little Paris, Paris, Chêne, 2010 ; TROUILLEUX Rodolphe et LEBAR Jacques, Paris secret et insolite, Paris, Parigramme, 2009 ; LEPIC Alice, Paris caché, Paris, Parigramme, 2009 ; BRIAND Cécile, Paris décalé, Paris, Lonely Planet, 2009 ; HERMANGE Aurélia et BERAUD Diana, Paris coquin, Paris, First, 2008.

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PER CITARE QUESTO ARTICOLO

Riferimento elettronico:
Hécate Vergopoulos, L'infimo culturale e l'immaginario turistico. L'aneddoto nelle guide di viaggio, Via@, Gli immaginari turistici, n°1, 2012, postato il 16 marzo 2012.
URL : http://www.viatourismreview.net/Article3_IT.php

AUTORE

Hécate Vergopoulos
Hécate Vergopoulos è titolare di un Dottorato in Scienze dell'informazione e della comunicazione. Le sue ricerche riguardano il turismo e, in modo più esatto, la mediazione turistica e le guide di viaggio. A partire dallo studio di diversi dispositivi, lei cerca di mettere in luce il modo in cui le rappresentazioni ed i valori turistici emergono e circolano nel sociale e nella cultura.

TRADUZIONE

Bureau de Traduction de l'Université
Université de Bretagne occidentale - Brest
http://www.univ-brest.fr/btu/

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